Archivio mensile:Febbraio 2015

Il giorno in cui ho incontrato Katie Piper

Era una normale giornata di lavoro a Selfridges in un tempo imprecisato tra il 2011 e il 2012. Nel solito mix di clienti indecisi, capi da piegare, telefonate e restocking da fare, la mattinata volgeva al termine. Aspettando impazientemente il mio lunch break, ingannavo il tempo chiacchierando con qualche collega e dando informazioni agli spaesati turisti-clienti in cerca di un’uscita, la toilette, boutiques e concessioni varie. Lavorare in un centro commerciale di Oxford Street (Londra) significa essere immersi in un brulicante divenire di facce, voci, stili, informazioni tali da creare una sovrastimolazione che porta ad un inevitabile automatismo nel gestire le interazioni con il mondo esterno.
Quella mattina, all’ennesimo “Excuse me?”, pervasa, appunto, da questo sentimento di insensibile automatismo, mi voltai svogliata, ma davanti a me non trovai la solita faccia sconosciuta. “Do you know where this brand is?”. Rimasi pietrificata. Letteralmente in preda al panico, come se fosse il 1996 e davanti a me ci fosse uno dei Backstreet  Boys. Mille pensieri che imperversano nella mia testa misti ad ammirazione, imbarazzo, stupore e l’unica cosa che riesco a dire è “It’s over there”, indicando il corridoio alla mia sinistra. Lei, Katie Piper, la donna il cui coraggio mi aveva incuriosito e appassionato tanto da farmi leggere e documentare sulla sua vita per mesi, mi ringrazia sorridente e sparisce nella folla.

Katie Piper, oggi è una donna di grande successo, attivista, scrittrice e presentatrice televisiva molto conosciuta. Ma la sua storia è passata alle cronache perché nel 2008 è stata vittima di un attacco con l’acido solforico ad opera di un uomo ingaggiato dal suo ex-fidanzato che l’ha lasciata sfigurata e le ha fatto perdere la vista da un occhio.

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Katie è una delle tante vittime delle orribili conseguenze che scaturiscono dalla spirale di violenza alimentata dall’idea di donna come oggetto, una proprietà ad uso e consumo dell’uomo. La pratica degli attacchi con l’acido è molto diffusa soprattutto nei paesi dell’Asia meridionale, Pakistan, Bangladesh, Cambogia, India, ma sono stati registrati casi anche in Etiopia, Uganda, Kenya e Sud Africa. Da qui nasce la terribile espressione “ragazze acidificate” per indicare donne rimaste sfigurate con l’acido ad opera dei loro partners, che porteranno i segni della violenza subita sul loro corpo per sempre. In Italia il caso più recente è quello di Lucia Annibali, avvocatessa di Urbino che è stata aggredita e sfigurata con l’acido da due uomini assoldati dall’ex-fidanzato; ad aprile dello scorso anno Lucia ha pubblicato la sua autobiografia dal titolo “Io ci sono”.

La storia di Katie mi ha colpito molto perché rappresenta un bellissimo esempio di coraggio e rivalsa personale che va al di là della violenza di genere e che innesca un dibattito più ampio su come le persone che per svariati motivi hanno un aspetto diverso da quello socialmente accettato, siano sistematicamente rifiutate e discriminate fino a diventare nuovamente vittime di violenza. In un discorso tenuto a una TED conference nel 2011 Katie racconta che durante il suo recupero le persone la trattavamo come se la sua vita fosse finita, anche se era solo il tuo aspetto ad essere stato danneggiato, non il suo cervello o le sue capacità.

“Quando sei bella le persone sono gentili con te: chi ti fa complimenti, chi ti lascia il posto in metropolitana, chi ti apre la porta. Dopo l’attacco invece le persone ti chiedono se sei contagiosa, escono dall’ascensore per evitare qualsiasi contatto, ti cacciano dai negozi; è come sentirsi imprigionati in un corpo che non ti appartiene.”

E’ proprio attraverso queste riflessioni che nel 2009 Katie ha deciso di fondare la Katie Piper Foundation, un’associazione caritatevole che aiuta le persone con cicatrici sfiguranti a sottoporsi a trattamenti specifici per migliorare la loro condizione, riunendo esperti da tutto il mondo per condividere le loro esperienze e conoscenze sulla gestione e sul trattamento delle cicatrici. L’obiettivo è anche quello di fornire un supporto morale che favorisca il benessere psicologico che renda più facile la vita di coloro che vivono con cicatrici sfiguranti e che per questo sono esteticamente diversi rispetto ai canoni socialmente predefiniti. Le storie di alcune delle persone che hanno cambiato la loro vita grazie alla KPF sono narrate nella serie di documentari prodotta da Channel 4  Katie: My Beautiful Friends.

my beautiful friends

Il giorno in cui ho incontrato Katie Piper, sebbene fossi già appassionata di questioni di genere, non ho avuto abbastanza coraggio per esprimere la mia ammirazione e ancora oggi ho il timore che la mia espressione esterrefatta la abbia in qualche modo infastidita. In realtà in quei momenti di panico pensavo proprio a quale onore fosse per me averla davanti e a quanto fosse bella, nonostante le cicatrici.

Ogni volta che mi torna in mente quell’episodio, mi sento ancora più fiera di far parte di un collettivo femminista, perché per quanto queste storie sembrino lontane dalla nostra vita quotidiana, di donne come Katie ce ne sono tante, anche nella quieta e benestante città di Pisa. Familiari, amiche, amiche di amiche o conoscenti abusate da mariti, amici, conoscenti, bravi ragazzi che “chi l’avrebbe mai detto”. La violenza di genere è un pensiero costante nella vita di ogni donna, perché se non ne si è vittime, si ha continuamente paura di esserlo. Per questo motivo la società tutta deve prendere atto che si tratta di un problema diffuso contro cui mettere in campo ogni mezzo e strategia, a partire proprio dai gruppi sociali più ristretti nei quali i comportamenti violenti si consolidano e si trasmettono.

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authorbox celine

Ecco come tutto ebbe inizio…

Il 20 gennaio 2015, Queersquilie! ha compiuto il suo primo anno di vita. Un anno di crescita comune, eventi, laboratori ed autocoscienze che ci hanno portato grandi soddisfazioni.

Esattamente da lì, dalle autocoscienze, siamo nat* noi: eravamo innanzitutto un gruppo di amiche (a cui successivamente si è aggiunto qualche “maschietto”) accomunate da un forte interesse per le questioni di genere. In maniera informale, abbiamo passato più di un anno a riunirci la sera per scambiarci materiali e condividendo esperienze e riflessioni. anacletoMeravigliose serate a suon di musica, video postporno e considerazioni a partire dal nostro vissuto e dalla nostra quotidianità ci hanno accompagnat* ed aiutat* nell’autoformazione; finché alcun* di noi hanno avvertito la necessità di concretizzare queste riunioni in qualcosa che avesse un maggior impatto politico.

Il 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ci ritroviamo in piazza, volenterose di iniziare. Da lì, tutto succede velocemente: il concepimento del qollettivo, le basi politiche che gli vogliamo dare, cosa ci proponiamo di fare. Siamo in tant*, ma ancora senza una sede, un luogo, idee precise su come impostare il nostro lavoro futuro.

E’ ormai l’inizio di dicembre, quando alcune di noi – accompagnate da qualche bottiglia di vino rosso – iniziano a pensare a quali potrebbero essere nome e logo del qollettivo. Tra una risata e l’altra, buttiamo giù idee a non finire, invidiose del fatto che ci fossero già state menti geniali a pensare ad un nome come Le Ribellule*… Finché, ad un certo punto, un’immagine ci tuona chiara in testa: “Quisquilie e pinzillacchere!”. Anacleto, il vecchio gufo brontolone compagno di Mago Merlino ne “La spada nella roccia”, ci dà la soluzione! QUEERSQUILIE!, ragazze, Queersquilie!

In una società in cui le questioni di genere sono considerate argomenti di nessuna importanza – quisquilie insomma – noi rivendichiamo il termine, lo facciamo nostro e lo queeriziamo! A chi le considera semplici sciocchezze, noi mostriamo la nostra volontà di cambiamento, le nostre denunce, i corpi attraverso cui agiamo, le voci con cui gridiamo! E così, il 20 gennaio 2014, nasce ufficialmente Queersquilie! – Collettivo Femminista Queer.

A febbraio, si tiene la prima assemblea pubblica. Nemmeno il tempo di entusiasmarsi per la stesura del manifesto che – pouf! – Pisa si riempie di volantini che tuonano “Quello che le donne vogliono!”.

Tadaaan! Il terzo anno consecutivo di una kermesse, patrocinata da niente popò di meno che da comune e provincia, vede una stazione riconvertita ad uso pubblico riempirsi di stand dedicati “alla donna e alle sue passioni”: epilazione, abbronzatura, acconciature, trucco, massaggi, danza, shopping, cucito e, dulcis in fundo, “lezione di femminilità con tacco 12”; il tutto tra cartelloni pubblicitari di modelle senza cellulite, con pelle liscia e levigata e televisori che proiettano sfilate di modelle in costume da bagno. Insomma, l’ennesimo evento farcito di stereotipi a gogò sui desideri femminili!

Quella fu la prima occasione in cui uscire pubblicamente per opporci a quell’immagine avvilente e limitante della donna, coscienti che stavamo soltanto facendo valere quella preziosa legge 16 (di cui la Regione Toscana si è dotata dal 2009) contro gli stereotipi di genere. Fu così che scrivemmo comunicati, organizzammo un presidio e ci trovammo davanti alla stazione Leopolda con striscioni, immagini, slogan che offrivano spunti di riflessione. Nonostante per due giorni di fila siamo state additate come “le femministe che bruciano reggiseni e non si depilano” (e, anche se fosse, non vediamo che male ci sarebbe…), siamo riuscit* a confrontarci con le organizzatrici e con gli organizzatori, spiegando loro che definire certe passioni come caratterizzanti dell’essere donna è scoraggiante non solo per il sesso femminile, ma anche per quello maschile: ricondurre alcune attività ad un genere specifico limita le possibilità di ognun* di costruire la propria identità liberamente. Non sappiamo se realmente abbiano compreso quale fosse la questione, ma siamo coscienti che loro stess* sono vittime di quel sistema capitalista che strumentalizza tutte e tutti noi e che, pertanto, va combattuto.

Poco tempo dopo, organizziamo un seminario in università con Lorella Zanardo sull’educazione e l’immaginario di genere. Tutt* abbiamo visto Il corpo delle donne, siamo rimast* affascinat* ed al tempo stesso schifat* dal modello di donna propinato dai mass media. L’evento accoglie una sessantina di persone. Il dibattito è talmente avvincente e partecipato che solo il custode riesce a interromperlo per mandarci via a causa della chiusura del dipartimento. Questa è la prima volta che ci facciamo notare nella realtà che ci è più vicina: l’università.

Le autocoscienze e la formazione proseguono, finalmente ci prendiamo del tempo per noi, pensiamo ai temi da trattare attraverso conferenze, presentazioni di libri e cineforum. L’anno accademico è ormai quasi finito, quando apprendiamo di un programma televisivo intitolato “Come mi vorrei…”. La solfa è sempre la stessa: ragazze che si sentono inadeguate nella loro vita di tutti i giorni – chi per un motivo, chi per l’altro – vengono aiutate dalla strafiga del momento a cambiare sulla base di come la società le vorrebbe. Lanciamo una campagna locale in cui siamo noi, ragazze e ragazzi, a decidere come ci vorremmo sulla base delle nostre aspirazioni, non di quelle che ci vengono inculcate. Siamo stuf* di essere marionette a cui dire come doversi sentire, cosa dover provare e per chi. Ad ogni forma di eteronormatività ed oppressione imposta, contrapponiamo il nostro diritto all’autodeterminazione!

Nello stesso periodo, l’associazione romana di promozione sociale “Scosse”, portatrice del progetto La scuola fa la differenza, viene attaccata dalle destre cattoliche e omofobe; è la prima volta che sentiamo parlare della non meglio precisata ideologia del gender. Capiamo subito che dobbiamo sostenerle, promuovendo insieme a loro e a tanti altri gruppi l’evento “Educare alle differenze”, tenutosi a Roma il 20 ed il 21 settembre 2014.

Un ottimo inizio del nuovo anno accademico, che ci vede impegnat* su più fronti: portiamo avanti il percorso di Educare alle Differenze nel territorio pisano insieme ad una rete di collettivi ed associazioni, organizziamo un ciclo di cineforum sull’empowerment, riflettiamo sui femminismi nell’era postcoloniale, ci divertiamo e sperimentiamo con un laboratorio sui sex toys a cura di Maia Pedullà, prendiamo posizione contro la veglia delle cosiddette “sentinelle in piedi”…

Le cose da fare sono tante e le questioni da affrontare ancora di più. Gli stereotipi e le forme preconcette da decostruire sembrano non finire mai, eppure non ci diamo per vint*. “Crediamo che la visione dicotomica dei generi, prevalente nella nostra società, non corrisponda alla realtà. Crediamo fermamente nella possibilità di vivere la nostra identità sessuale senza essere costrett* a vestire un’etichetta. Intendiamo il modello queer come approccio teorico e metodo di lotta nella decostruzione della cultura dominante e eteronormativa per la co-costruzione di alternative non ghettizzanti. (…) Quindi… Continuare a sognare, vegliare, monitorare, divulgare, denunciare, lottare, cercare, muoversi, agire; insomma, continuare a pestare i piedi e a opporci su tutte quelle cose che una cultura patriarcale, sessista e eteronormativa vuole che siano, e che rimangano solo, QUISQUILIE”.**

Grazie a voi, che ci avete sostenut* ed incoraggiat* durante quest’anno di lotte quotidiane. Continuate a seguirci per scoprire tutte le sfumature della Q… Stay tuned, STAY QUEER!

Note:
*Collettivo Femminista di Roma, ndr.
**Dal nostro manifesto.

Articolo scritto da:
authorbox aurora

author box Geo

Global Gender Gap Report 2014: lo stato clinico della disparità di genere in Italia

Per l’Italia del 2015 tante promesse e nuovi propositi, ma per quanto riguarda la disparità di genere a che punto stiamo? Qual è lo stato di salute dell’uguaglianza di genere in Italia confrontato con quello degli altri paesi del mondo?
Un buon modo per avere una misura del gender gap, cioè il divario tra il genere femminile e quello maschile all’interno società, è consultare il molto utile quanto sconosciuto Global Gender Gap
Report
(GGGR).

Questo report, stilato ogni anno dal World Economic Forum, fornisce un quadro complessivo della disparità di genere nel mondo e ne segue i progressi. La logica è quella di fornire dati in base ai quali possano essere intraprese politiche con l’obiettivo di restringere il gap tra i generi. I criteri presi in considerazione dal GGGR sono partecipazione economica, livello d’istruzione, salute e speranza di vita, emancipazione politica.

Global-Top-10-Gender-Gap 2014

Ai primi posti della classifica non potevamo che trovare i paesi leader in fatto di parità di genere – Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia e Danimarca – ma nella top ten figurano anche Nicaragua, Rwanda e Filippine, rispettivamente al 6°, 7° e 9° posto.
L’Italia invece si posiziona al 69° posto su 142 paesi, preceduta da Cile, Kirghizistan e Bangladesh e seguita da Macedonia e Brasile. La posizione non è delle migliori, ma risulta incrementata di ben 11 posizioni rispetto agli ultimi due anni: nel 2012 eravo 80° su 135 paesi, mentre nel 2013 detenevamo il 71° posto su 136 paesi.
Dunque, vediamo nello specifico la situazione italiana nell’anno appena trascorso rispetto ai criteri sopra indicati.

PARTECIPAZIONE ECONOMICA
Posizione: 114
Voto* (scala da 0 a 1): 0,574

 A questo proposito, l’Organizzazione Internazione del Lavoro (ILO) – agenzia dell’ONU che si occupa di promuovere giustizia sociale e diritti umani nel mondo del lavoro a livello internazionale – ha effettuato uno studio sulla presenza femminile in posizioni manageriali. Negli ultimi 20 anni si è registrato un progressivo aumento per tutti i 108 paesi analizzati, ma sul podio per il numero più alto di donne manager salgono Giamaica (59,3%), Colombia (53,1%) e Saint Lucia (52.3%); l’Italia, invece, si colloca al 70° posto con il 25,8%. La posizione piuttosto arretrata nella quale ci troviamo dipende principalmente dalla discriminazione occupazionale e dalla conseguente femminilizzazione di specifici settori tipica dei paesi dell’Europa meridionale. Altro fattore rilevante è quello che viene definito “doppia presenza”, fenomeno che vede le donne doppiamente responsabili della sussistenza familiare: da una parte l’effettivo posto di lavoro remunerato, dall’altra il lavoro domestico o di cura non remunerato. Secondo il GGGR 2014 le donne dedicano in media 315 minuti al giorno ad attività lavorative non remunerate, contro 104 minuti degli uomini.

LIVELLO D’ISTRUZIONE
Posizione: 62
Voto* (scala da 0 a 1): 0.994

Per quanto riguarda il livello di istruzione, l’Italia nel 2014 ha peggiorato il suo posto in classifica di un paio di posizioni rispetto ai due anni precedenti. Nonostante ciò il GGGR rileva una percentuale di donne maggiore (53%) rispetto a quella degli uomini (47%) nei dottorati di ricerca (PhD).

SALUTE E SPERANZA DI VITA
Posizione: 70
Voto*  (scala da 0 a 1): 0.974

In campo di salute l’Italia detiene il 70° posto a pari merito con Australia e Svizzera. Siamo preceduti da Irlanda e Cipro, e seguiti da Tanzania e Corea del Sud.

EMANCIPAZIONE POLITICA
Posizione: 37
Voto*  (scala da 0 a 1): 0.248

Infine, per quanto concerne l’emancipazione politica, la posizione italiana è incrementata di 34 posizioni rispetto al 2012. Secondo l’ISTAT un parlamentare su tre è donna ed il numero di donne in posizioni politiche di rilievo è in continuo aumento, ma la rappresentanza femminile nei consigli regionali si aggira solo intorno al 15,1 % (ISTAT 2014).

Secondo il GGGR 2014, per quanto riguarda le opportunità e la partecipazione economica, c’è stato un restringimento globale del gender gap del 4% rispetto al 2006, anno in cui fu introdotto il rapporto. Ma nonostante i progressivi miglioramenti, il lavoro da fare è ancora molto per diminuire le disparità di genere. Ad esempio, è fondamentale superare nei paesi dell’Europa meridionale il modello Male Bread Winner**, ormai obsoleto e fortemente discriminante. Inoltre, è necessario che le istituzioni promuovano politiche volte a diffondere una cultura di genere in tutti gli ambiti sociali, secondo i principi e le strategie di Gender Mainstreaming. A livello locale, strumenti come il gender budgeting (bilancio di genere) o modelli lavorativi come il Diversity Management, sono facili da mettere in pratica, hanno costi limitati e dimostrata efficacia. Dunque Istituzioni, cosa state aspettando?

Note:
*Scala da 0 a 1 in cui 0= disuguaglianza, 1= uguaglianza.
** Modello familiare che prefigura l’uomo capofamiglia come unico responsabile del sostentamento
della famiglia mentre la donna si occupa del lavoro domestico e dei figli.

Articolo scritto da:

authorbox celine