GrazieQ!

Immaginatevi una biblioteca universitaria illuminata dal sole primaverile e abitata da decine di teste chine sui libroni polverosi (che magari si grattano anche per l’allergia). All’improvviso il religioso silenzio viene interrotto dal rimbombare di due risate sguaiate nel corridoio…
Bea: ooohhh Geooo! Mi è venuta un’idea geniale! Perchè non scriviamo un ringraziamento per il qollettivo, poi magari si pubblica anche sul blog![1]
Geo:Eeeehhhòòòòòòòòhòhhhheeeeejjjjjaaaaaaaahhhhhhh[2]!Senza titolo
Bea: Vai, bomba! Allora butto giù qualcosa e te poi aggiungi!
Geo: Aspe’ Bea! Lo facciamo sul serio oppure è la solita botta di entusiasmo condivisa?
Bea: No, venvia, proviamoci!
Geo: Eja dai, facciamo una sorpresa a tuttu!
…quello che leggerete è il risultato del lavoro di un cervello condiviso, capace di partorire scambi filosofici e trovate sensazionali, come pochi altri[3]. A questo punto, l’unica funzione che resta a questa premessa è quella di lasciarvi con un augurio dei più belli, oggi e sempre: “Buon viaggio!”[4]

Cartelli. Pennarelli. Spago. “Pensa agli slogan pensa agli slogan!”, “Oh ma la Q del logo chi la sa rifare?”, “Merda, questa cosa mi fa incazzare un sacco!”, “Chi lo scrive il comunicato?”.

È dai cartelli per il presidio di fronte alla Leopolda che è partita una delle esperienze più emozionanti e formative della mia vita fino ad ora. Oggi mi siedo davanti al PC e voglio proprio buttare giù qualche riga, giusto per sfogare il bisogno di dire al mondo quanto questa sia (e sia stata) importante.
A Marzo dell’anno scorso, di ritorno dalle terre fiamminghe più confusa che mai, ho deciso di tornare ad abbracciare le mie metà pisane per trovare un po’ di conforto e comprensione. Quello che ho trovato, però, è stato molto di più: le basi delle nostre discussioni infinite e dei vari pipponi incrociati su facebook, sono diventate nel frattempo motivi di lotta, spinte all’azione politica.
All’improvviso, tutto quello che ci eravamo dett* è stato riversato in prosa su un manifesto bellissimo, alle idee è stata data una forma e un colore, il viola. Va da sé che il mio entusiasmo è decollato, non vedevo l’ora di far parte di tutto questo.
Adesso, da laureata (puah!) in partenza per il tirocinio, mi guardo indietro e vedo tantissime cose, posso solo ringraziare chi l’ha reso possibile e me stessa, per aver trovato il coraggio di dire addio al commentare-senza-prendere-una-vera-posizione che sa tanto di quel qualunquismo che la Prof. del liceo non smetteva mai di condannare. E grazie alle assemblee di domenica sera, alle corse in treno a tutte le ore del giorno, ai report disegnati per mantenere la concentrazione, a tutte le volte che Enrico, Auro e Marta si prendevano quei dieci minuti per rispondere alle mie millemila domande, alle mie compagne (femminile inclusivo, chiaro) super speciali, agli incoraggiamenti ed agli insulti quando pronuncio la parola magica “femminismo”, ai vibratori in regalo per ogni festività, alle autoformazioni, ai cineforum, a* attivist* di oggi e di domani, perché il mondo non si cambia solo – ahimè – a forza di birrini e sorrisi (anche se spesso aiutano a farlo).
Un ringraziamento grosso, grossissimo, va infine al Queer: al concetto, all’idea, alla teoria ed alla pratica che vi sono connesse. Perché quella bambina che giocava con le automobiline e non capiva mai da che parte si mettesse l’ombretto è e sarà sempre infinitamente grata a tutt* quell* che rifiutano il genere binario, vedono le sfumature, le accettano e vanno oltre.
Il mio mondo era già di mille colori, oggi ne ha di infiniti e sono sicura che continueranno ad aumentare sempre di più. Grazie, grazie, grazie.

Senza titolo

Un po’ tuttu (Bea usa il femminile inclusivo e io mi ritrovo più nel sardo inclusivo, chiaro), chi più e chi meno, siamo stat* bambin* queer. Quando due anni e mezzo fa ci siamo ritrovat* insieme, tra un birrino e una festa drum’n’bass, a fare le prime autocoscienze è venuto naturale cominciare dall’infanzia: dai giochi che ci piacevano; dalle amichette e dagli amichetti con cui ci siamo confrontat*; dalle prime volte che ci siamo masturbat*; dal menarca e delle prime polluzioni; dal rapporto con le nostre famiglie e con la scuola; dagli episodi che ci hanno fatto sentire sbagliat* e inadatt* al fiocco rosa o blu, appeso alla porta di casa appena dopo la nostra nascita.
Queersquilie! per me, è stata una nuova culla, una nuova infanzia decorata di fiocchi dalle tinte arcobaleno.I profondi, combattivi e sinceri rapporti creati con le mie compagne (aveva ragione Bea sul femminile inclusivo, il sardo è un po’ stinfio) mi hanno permesso, tra panta rei e flussi di coscienza, di ricrearmi continuamente e di non farlo mai sola. Sempre sotto occhi attenti e vigili e, tante volte, con esperienze arricchite di punti in comune. Senza titolo
A breve, partirò per Porto, per un tirocinio post laurea. Un’associazione di femministe portoghesi (con cui sono entrata in contatto grazie a un’altra queersquilia, meglio conosciuta come Alelabella o come Diego, dopo che le Eyes Wild Drag [5] l’hanno aiutata a costruire la sua latina identità maschile) mi permetterà di creare dei laboratori, che verranno poi proposti all’interno delle scuole, per contrastare violenza di genere, omofobia, bifobia e transfobia a partire dal bullismo interscolastico. Quello che io farò, sarà concentrarmi sui diritti umani, empatici per definizione[6], e creare delle attività che mettano in luce atavici stereotipi e pregiudizi, che ancora popolano le scuole del mondo e fanno sentire ogni bambin* queer dentro un turbine di emozioni negative da cui fatica a vedere una via d’uscita.
Quando dovrò studiare i vari casi e provare a ideare i laboratori, penserò a tutti gli strumenti che le mie compagne hanno saputo condividere tramite autocoscienze, seminari, cineforum, presidi, contro-presidi, assemblee, trasferte, birrini sulle spallette, chiacchere (alla cdd-mattutine-prima di dormire-in onda con Queerwave-nel giardino di storia e filosofia-nelle anticamere dei bagni-in casa Conforti-per strada-in bici-in mensa), e pomeriggi nel giardino Shelley.

Ognuna di loro sarà mente, idea, braccio, Quore e speranza di quel laboratorio.

Questa quarta ondata di femministe, insomma, è FICA per un miliardo di motivi: l’intersezionalità delle lotte, la potenza e la fluidità del queer, le tre ondate precedenti (senza cui noi non saremo nelle piazze con cartelli tipo “la tiroide è donna- anche la clitoride”), i compagni UOMINI[7], il post-porno, il drag king (ancora grazie alle Eyes Wild Drag che hanno permesso anche la nascita di Gavino-sardo indipendentista e ancora poco convinto del suo orientamento sessuale – e Joele – bel giovinotto roscio e rampante -).

E io, entusiasta da sempre, non potevo che buttarmici a capofitto per lasciarmi travolgere e incontrare ragazze e ragazzi, ricch* di fermento, molotov e portamento (qualunque rimando ad Auro e Vivi, che mi mancano tanto, è puramente casuale) e a cui ora devo dire un gigante grazie.

Senza titolo1

…oh, questo non è un addio. Sia ben chiaro! È un saluto a pugno chiuso e a cuorevagina che ci accompagna in ogni parte del pianeta!

Note:
[1] Ricostruzione realistica: le ragazze in questione parlano davvero per punti esclamativi. Sembra anche che abbiano iniziato a parlare in terza persona.
[2] Traduzione dal sardo al toscano: bah, ve(d)rai!
[3] Le autrici tenevano a rendere noto a* lettoru il dialogo precedente per dimostrarlo.
[4] Le autrici desiderano non citare la fonte, ma fare presente alla compagna Erica che non perderanno mai più i loro pomeriggi trastullandosi con lei e i suoi amici, soprattutto in piazza Dante
[5] http://eyeswilddrag.wix.com/eyeswilddrag
[6] Cit. Alessandra Ballerini (di cui io e Bea non nascondiamo, come ogni cotta condivisa che abbiamo, di esserne innamorate), avvocata genovese che si batte per i diritti umani fondamentali e lavora soprattutto per quelli delle persone migranti e delle donne.
[7] “Uomo?…Un uomo? Voglio parlare con una donna io!”

Articolo scritto da:

authorbox Beatrice

author box Geo